I L L U S T R A Z I O N I
Storico-Artistiche
di Velletri   (1907)


 
 

    ALLA VENERATA MEMORIA DI
    MIA MADRE CHE MI AMÒ E RIAMAI
    Sac. Attilio Gabrielli


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                                            AL LETTORE
Per consiglio e per desiderio di alcuni amici ho voluto raccogliere in un volume queste Illustrazioni storico-artistiche della mia Velletri pubblicate per la prima volta nel Periodico cittadino « Il Nuovo Censore ». Avrò così contribuito ad agevolare la conoscenza di quanto v’ha di artistico fra le nostre mura ai miei concittadini ed al visitatore forestiero.
Siccome poi il patrimonio artistico veliterno consiste nei monumenti sacri e profani, e principalmente nei primi, ho diviso la presente raccolta in due parti.
La prima tratta dei monumenti sacri e per conseguenza delle Chiese dove risiede onorata l’arte sacra; la seconda riguarda monumenti profani.                                                 A. GABRIELLI

                                         MONUMENTI SACRI
Cattedrale di S. Clemente

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- Origine e vicende -

Con la conversione del grande Costantino al Cristianesimo dopo la strepitosa vittoria riportata sulle armi di Massenzio (28 Ottobre 312), il culto divino esercitato dai fedeli dei due primi secoli nelle Catacombe e negli oratorii privati diventò se non proprio pubblico ed ufficiale, per lo meno tollerato, e presto tempi furono innalzati principalmente dalla pietà e dalla magnificenza del pio imperatore. Incominciò allora un’èra nuova per l’arte che poi si disse cristiana. La pittura e la scultura rimaste oscurissime nelle Catacombe non ebbero veramente uno speciale incremento, quanto n’ebbe l’architettura che

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per sua natura si adatta alle condizioni sociali, e che non aveva avuto ragione di esistere per l’arte cristiana fino a quel tempo. Alle prime Chiese si diede la forma quasi identica delle antiche basiliche romane, le quali erano luoghi di riunioni a preferenza di magistrati. Quindi una grande nave mediana, due navi laterali meno alte e l’abside, cioè il muro semicircolare che chiudeva l’edificio senza volta e coperto da semplice soffitto. Ne abbiamo avuto un esempio nell’antica Basilica di San Paolo in Roma. La nostra Cattedrale vanta la sua origine a quell’epoca, certo non posteriore al secolo quarto. Anch’essa naturalmente fu costruita nella forma primitiva, e dovè subire qualche influenza bizantina, e poi l’evoluzione dell’ Arte, dallo stile romanico che dominò in Occidente dopo Carlo Magno allo stile gotico meno serio del primo. Secondo un’antica tradizione la Cattedrale sarebbe stata edificata sulle rovine del tempio di Marte, il tempio massimo della gente volsca, che su testimonianza di Svetonio esisteva in Velletri.

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Non so però quanta importanza si possa dare a questa tradizione comune del resto a quella di altre chiese che si credono anch’esse erette su avanzi di antichi tempi pagani, e basata su semplici congetture. Mentre il Theoli, (1) per esempio, ed altri storici patrii ci riportano come prova un frammento d’iscrizione (2) che alluderebbe a quel tempio, Clemente Cardinali da bravo archeologo e critico smentisce assolutamente l’interpretazione data al frammento medesimo. (3) Stefano Borgia poi (4) accennando ad alcuni avanzi importanti di opera reticolata scoperti e distrutti nel 1778 presso l’ingresso della Chiesa, opinò che appartenessero al tempio di Marte, sulle traccie del quale si eseguì la costruzione della Cattedrale. Dunque soli opinamenti e fuori della tradizione nessun monumento, nessun documento autentico.

(1) Teatro istorico di Velletri, pag. 330
(2) ..... M. DORMIUS. ..... Sacrificii lavationemque .....
(3) C. Cardinali - Iscrizioni antiche veliterne, Roma, De Romanis, 1823, pag. 31-32
(4) De Cruce veliterna, pag. 211, nota a.

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A chi osserva come la Chiesa sia stata edificata proprio all’estremità di Velletri, si fa notare che generalmente i primi cristiani eressero le loro chiese piuttosto lontano dal centro della città per essere più raccolti nella preghiera e per esercitare il culto indisturbati.
Il tempio fu intitolato al divo Clemente I. Pontefice e Martire. Per quale ragione? Gli storici patrii Theoli ed Alessandro Borgia rispondono perché San Clemente oltre l’avere predicato per il primo la fede in Velletri fu pure originario della famiglia Ottavia. Il Theoli opinò ancora che fu Vescovo Veliterno.
Probabilmente Clemente annunziò il Vangelo ai nostri padri; ma che egli sia stato della casa Ottavia e Vescovo di Velletri non regge alla critica. Fin dal secolo nono si ha memoria del culto prestato a San Clemente dal popolo veliterno.
La Chiesa di San Clemente specialmente nel medioevo fu il teatro, dirò così; di avvenimenti singolari ai quali furono consacrate pagine gloriose nella storia della patria nostra. Papi re e principi in ogni tempo l’onorarono di loro presenza, e siccome in forza degli antichi Statuti Veliterni vi si tenevano i consigli generali, perciò vi si trattarono le questioni della massima importanza e del più alto interesse cittadino

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Celebre fra gli altri fu il consiglio generale del 26 Ottobre 1381 nel quale si elesse per acclamazione il capitano senese Annibale Strozzi a generalissimo della milizia veliterna per far fronte ai Brettoni assoldati da Onorato Gaetani Duca di Fondi, a quei Brettoni che a poca distanza dalle patrie mura attentavano alla suprema rovina dei nostri antenati.
Memorabili pure gli avvenimenti svoltisi nei giorni primo e sesto di Settembre del 1181, quando Ubaldo Allucingoli vescovo veliterno, regnando la discordia a Roma, fu successivamente eletto ed incoronato Pontefice Massimo col nome di Lucio III, sotto quelle sacre volte.
Per mancanza di documenti niente si conosce prima della seconda metà del secolo decimosesto circa lo stato materiale ed artistico del tempio. Dagli Atti della S. V. del Card. Gesualdo del 1595 come da quelli della Visita Altieri del 1636, e dalla testimonianza del Theoli (1644) si apprende che era allora di

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forma gotica a tre navate, ma non interamente gotica, perché gotici erano i soli archi acuti sorretti da ventidue colonne di marmo grosse ed alte, mentre la navata mediana non era a volta, ma ricoperta da semplice e rustico soffitto che in parte conservava alla chiesa la forma, primitiva.
Delle tre navate poi la media era lunga palmi 161 e larga palmi 58, le due laterali avevano la stessa lunghezza e la larghezza di palmi 20. Il pavimento antichissimo era composto di una specie di grosso mosaico, e l’abside, di cui si ammira ancora l’antica costruzione all’esterno, aveva le finestre bifore.
Le cappelle erano numerose.
A destra dell’ingresso: quella del Sacramento, della Concezione, dei SS. Protettori, della Visitazione, del Rosario, del nome di Gesù.
A sinistra: la Cappella di S. Maria Maddalena, di S. Marco Evangelista, di San Nicola da Tolentino, della Madonna di Loreto, della Santa Croce, di Santa Maria in Conca, della Madonna delle Grazie, di San Sebastiano.

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Tale dunque fu lo stato della Cattedrale di San Clemente sino alla metà del 1600 quando un caso molto triste venne a distruggere quasi tutto quel tempio che racchiudeva l’opera artistica di più secoli, che dalla sua origine era stato testimonio della storia veliterna di oltre mille anni.
Il 23 Maggio del 1656 un fulmine cadendo sul Campanile altissimo e di antica costruzione lo fece rovesciare per metà sulla Chiesa attigua, e ne seguì l’enorme disastro.

- Riedificazione e descrizione -

Colla caduta del Campanile e conseguente rovina di tutta la navata centrale, s’impose la necessità di ricostruire la Chiesa. Di quella antica consacrata per la prima volta nel 1565 non era rimasto che l’abside, larghe traccie di mura esterne e qualche cappella.
Era allora Vescovo di Velletri il Cardinale Carlo Dei Medici degno rampollo di quella celebre prosapia fiorentina che diede mecenati illustri alle arti e alle scienze. L’insigne porporato insieme alle altre benemerenze volendo lasciarci un monumento perenne della sua munificenza non tardò a curare la riedificazione della sua cattedrale.

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Nel 1662 la fabbrica del nuovo tempio era terminata, e costò ben undicimila scudi. Ne fu architetto il Dosi, un valoroso allievo del Fontana, il quale gli diede la forma che si conveniva alle moderne esigenze dell’arte.
Non più colonne ed archi gotici, ma grossi pilastri e volte maestose. Fu riconsacrato il 13 Luglio del 1666.
Peccato che questa chiesa non abbia potuto avere mai l’onore di una bella e degna facciata, impedendolo l’attiguo edificio dell’antica residenza vescovile, ora Seminario diocesano, (1) un edificio medioevale e storico con finestre a croce guelfa fatto erigere dal Cardinale Estouteville nel 1483 con disegno degli Architetti Sebastiano fiorentino e Giacomo da Pietrasanta.
Mancava però un soffitto decoroso che corrispondesse alla nuova chiesa.

(1) Il Seminario diocesano fu istituito per la prima volta verso il 1570 dal Card. Giovanni Moroni che era stato al Concilio di Trento. Fu poi ricostituito con maggiore stabilità dal Card. Alfonso Gesualdo, ed inaugurato il 22 Luglio del 1592 con dodici alunni.

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Alcuni anni dopo ai 29 Marzo 1722 si diè principio all’opera, e dopo circa due anni si ebbe compiuto un soffitto mirabile di legno composto a cassettoni di disegno variato con fondi azzurri e cornici dorate a profusione, opera d’una magnificenza e ricchezza singolare. Il disegno fu dell’abate Carlo Stefano Fontana, esimio architetto dell’epoca; il lavoro d’intaglio fu eseguito dagli artisti Giuseppe Soglia, Sebastiano Stella e Giuseppe Corpi; fu doratore Bernardino D’Antonio, ed il pittore Francesco Alippi fece gli ornati e le figure simboliche. Ma pregio precipuo del soffitto è lo stupendo affresco che vi campeggia nel mezzo, lungo palmi 55 e largo palmi 25. E opera di Giovanni Oddazzi (1663-1731), l’autore del Profeta Osea nel Laterano, il primo scolaro di Giovanni Gaulli, detto il Bacciccio, e si reputa il suo capolavoro.
Il grande quadro chiuso da una cornice ricchissima rappresenta la gloria celeste con il Salvatore e la Vergine, i Santi Protettori Clemente, Ponziano 2 Eleuterio, Geraldo, e San Pier Damiani già nostro Vescovo.

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Alla spesa di tutta l’opera concorsero il Cardinal Vescovo Tanara, il Capitolo, il Comune con scudi 500 ed il Cardinal Paolucci.
Vi figurano perciò gli stemmi relativi. Dei tre sopra l’abside quello in mezzo è di Innocenzo XIII papa allora regnante, a destra del Card. Tanara ed a sinistra del Card. Paolucci.
In fondo al soffitto presso l’ingresso della Chiesa s’ammira lo stemma del Comune.
Quindi, compiuto il soffitto, la Cattedrale di San Clemente si vide del tutto risorta nella prima metà del 1700, prendendo l’aspetto della vera basilica romana, con tre navate delle quali la mediana molto ampia lunga m. 51 e larga metri 14, mentre le laterali hanno una lunghezza di metri 44 ed una larghezza di m. 5. A conservarle sempre più quel carattere di basilica romana il Cardinal Vescovo Francesco Barberini già nel 1679 aveva fatto trasportare in mezzo al presbiterio l’altare maggiore che arricchì di marmi preziosi, ed avea curato l’erezione del superbo ciborio sorretto da quattro svelte colonne di granito

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orientale con basi e capitelli elegantissimi, tutto un lavoro di marmi pregevoli e di ottima architettura. Vi si ammirano le tradizionali api barberine a ricordare la munificenza del porporato che curò pure l’ornamento dei pilastri e del cornicione di tutta la chiesa, la quale ultimamente nel 1832 fu restaurata dalla pietà del Card. Vescovo Bartolomeo Pacca.
L’abside presente che è quella del tempio antico, fu fatta restaurare nel 1595 dal Card. Vescovo Alfonso Gesualdo che volendola dipinta da buon pennello chiamò a Velletri Giovanni Balducci detto anche il Cosci, allievo di Battista Naldini, il quale nato a Firenze avea preso domicilio a Napoli patria del Gesualdo.
Le sue opere a Firenze ed a Roma in Santa Prassede, a dire del Lanzi (1), « mostrano in lui più gentile ingegno di quello ch’ebbe il maestro » sebbene con qualche affettazione.
L’insigne artista da par suo istoriò il martirio di San Clemente in tre quadri.

(1) Luigi Lanzi - Storica pittorica, Milano, Bettoni, 1831, pag. 115.

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Nel primo quadro si ammira l’inclito Pontefice che relegato da Traiano imperatore al di là del mar Pontico con altri duemila cristiani a cavare e secare marmi nella città di Chersona, colle sue preghiere ottiene il miracolo dell’apparizione dell’Agnello e della sorgente di acqua per dissetare i fedeli.
Nel secondo è rappresentato il Santo nell’atto che con una grossa àncora al collo viene sommerso nel mare.
Il terzo riproduce la scena miracolosa del mare che si ritira per tre miglia, e della comparsa del tempietto marmoreo racchiudente il corpo del martire novello.
Nella parte superiore dell’abside sono dipinte figure a grandi dimensioni rappresentanti i Santi quattro Protettori, gli Apostoli Pietro e Paolo, ed il Salvatore colla Vergine fra la gloria degli Angeli. Sono anche esse del Balducci?
Io condivido il parere di alcuni secondo il quale quelle pitture, almeno in origine, non sarebbero del Balducci, ma soltanto avrebbero subito forti ritocchi per opera dello stesso.

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Infatti leggo nella visita Gesualdo del 1595 che nell’abside erano effigiati da antico pennello il Salvatore ed altre immagini sacre molto scolorate le quali il visitatore ordinò che si restaurassero (1). L’aver poi il Balducci lasciatoci il ritratto del Gesualdo fra queste ultime pitture m’induce sempre più a credere che non deve esservi esclusa l’opera dell’artista fiorentino: di cui sono pure le due figure ai lati estremi dell’abside, simboleggianti una la Carità, l’altra la Fortezza.
Il magnifico Coro di noce fu compiuto nel 1560, in sostituzione agli antichi sedili di pietra. È un lavoro d’intaglio pregevolissimo con spalliere, braccioli e cornici in rilievo a riporti di acanto, di meandri, di cornucopie, sfingi e grotteschi, eseguito dall’illustre maestro intagliatore Luca Bencivenga da San Gallo.
In mezzo al coro è la sedia episcopale fatta costruire dal Cardinal Barberini nel 1679, la quale sorta per servire come cattedra del Card. Decano fu poi sospesa da tale uso.

(1) Pag. 23 - «.... imaginibus sacris nimis vetustis et decoloratis ob antiquitatem » Ed a un lato « instaurentur. »

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Le Cappelle quasi tutte superstiti alla antica Chiesa sono al presente meno numerose di prima.
La Cappella del Sagramento eretta nel 1555 con elegante disegno di tal Micheletti nobile veliterno si distingue per ricchezza e nobiltà di arte. Nelle due pareti laterali piuttosto in alto si ammirano due chiaroscuri con figure molto minori del naturale, eseguiti con rara precisione e buon colorito ed esprimenti due fatti biblici, l’uno il ritorno degli esploratori dalla terra promessa, l’altro il Miracolo della Manna.
Ne è l’autore Urbano Romanelli (1650) viterbese allievo di Ciro Ferri e figlio dell’insigne pittore Francesco Romanelli (1617-1662) uscito dalla scuola di Pietro da Cortona. Urbano che fu una creatura del Card. Francesco Barberini ebbe naturalmente la Commissione del lavoro dal medesimo che fu nostro Vescovo (1).

(1) - Pascoli - Vita dei pittori, ecc. Roma 1736, Tom. I. pag. 105.
       - Lanzi, op. cit. pagina 212.
       - B. Magni - Storia dell’Arte Italiana, Vol. III.

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Nelle pareti medesime sotto i due chiaroscuri figurano due grandi tele che riproducono una la scena della Moltiplicazione dei Pani l’altra la Cena degli Apostoli. Erroneamente si credettero anch’esse del Romanelli ed a me stesso toccò la buona sorte di ritrovarne i veri autori.
La prima tela fu dipinta da Ermenegildo Costantini venuto a Velletri verso il 1776 per invito del Card. Albani, e la seconda tela fu dipinta da Nicola La Piccola allievo di Francesco Mancini e nativo di Cotrone*(CZ) in Calabria, il quale, su testimonianza del Lanzi (1), operò molto nello Stato Pontificio, « massime a Velletri » (2). Chi sa quanti altri lavori dell’artista Calabrese sconosciuti o distrutti nella nostra città?
Nel 1870 la Cappella fu restaurata e decorata nobilmente da Alessandro Palombi della scuola del Mantovani, e dall’insigne pittore Roberto Bompiani, l’autore dei nuovi affreschi a San Marcello in Roma, il quale ci lasciò ai quattro angoli della

(1) Op. cit. pag. 216.
(2) « Prose d’Arte » dell’illustre concittadino Basilio Magni, Bocca, Roma, 1906.
      « A Don Attilio Gabrielli » pagina 353 e seguenti.
(*) Distretto di Cotrone nel Regno delle due Sicilie.

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Cupola i quattro Evangelisti di una espressione e colorito non comune, ed ai lati dell’altare ricco di marmi e grandioso due figure in chiaroscuro pure molto espressive, simboleggianti la Fede e la Carità.
La Cappella della Concezione fu costruita nel 1486 e con la sua forma gotica ci ricorda il tempio antico. Vi si venera un’antica immagine della Vergine col Bambino dipinta su grande tavola, ai piedi della quale si legge il nome dell’autore e l’epoca.

               An... onatius Romanus pixit M. CCCC. LXXX.

Antonazzo Romano ossia Antonio Aquilio, che i critici moderni riconobbero per grande pittore romano, fu scolaro o meglio cooperatore di Melozzo da Forlì, ed operò nella seconda metà del 1400.
Le sue tavole quasi tutte con fondi messi ad oro rivelano l’agilità dell’intelletto e della mano dell’artista in tutta la maestosità dell’arte romana. Non ultima senza dubbio è la nostra tavola della Concezione anch’essa con fondo messo ad oro.

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Qualche anno fa nel Pantheon di Roma fu scoperta una pittura a mezzo affresco rappresentante l’Annunciazione, dall’ architetto Giuseppe Sacconi attribuita pure ad Antonazzo Romano (1).
La Cappella del Suffragio o Ginnasia fatta erigere dal Card. Vescovo Domenico Ginnasi nel 1632 non è molto grande, ma di elegante architettura ed ha bisogno di essere restaurata.
È decorata da mediocri pitture in tela esprimenti fatti biblici e da figure in affresca di Santi attribuiti senza fondamento alla nostra famiglia Ottavia e che, secondo Stefano Borgia (2), devono essere stati riprodotti dagli antichi affreschi della cripta di Sant’Eleuterio. Sono opera del pennello di Caterina Ginnasi nipote del Cardinale.
Leggo su vecchie carte che prima degli ultimi restauri vi si ammiravano i quattro Evangelisti dipinti da certo Giovanni Balaschi. Sull’altare evvi una tela di Domenico Toietti da Rocca di Papa eseguita nel 1840 e rappresentante la Vergine coi quattro Protettori.

(1) Vedi Giornale d’Italia, Anno IV, N. 192, del 10 luglio 1904.
(2) De Cruce Veliterna, pag. 228, nota a.

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La Cappella delle Visitazione è antichissima in origine ed al presente è molto semplice con beli’ altare e buona tela riproducente la Visitazione della Madonna.
Quella del Rosario ha un bel quadro in tela di Sebastiano Conca (1676-1764): vi si rappresenta la Vergine col Bambino ed in atto supplichevole Santa Caterina da Siena e San Domenico, e ad un lato il Battista con un Angelo. Il Conca iniziato alla maniera della Scuola napoletana sotto Francesco Solimena e perfezionatosi poi a Roma, si distingue nelle sue opere per nobiltà e fecondità di ideale, per vivacità di colorito e specialmente per la soave espressione dei volti, e nella sua produzione copiosa non è certo ultimo il nostro quadro del Rosario che conserva in una sintesi tutte le prerogative dell’artista.
L’altare di San Sebastiano ha un bel quadro del Santo che forse sarà la copia di qualche buon originale.
La Cappella della Madonna delle Grazie è elegantissima pel suo disegno di un bel barocco, per le decorazioni di finissimi stucchi dorati e per i marmi preziosi che compongono l’altare.

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Eretta nel 1637 per decreto municipale del 1607 subì importanti restauri nel 1838-39 coll’opera del decoratore veliterno Vincenzo Vita, e qualche anno dopo ebbe l’artistico e superbo cancello disegnato dal nostro architetto Girolamo Romani. Nelle due lunette laterali s’ammirano dipinte in affresco l’Annunciazione e l’Incoronazione della Vergine, la cui origine deve risalire a quella dell’erezione della Cappella.
I due altarini di San Nicola da Tolentino e di San Giuseppe hanno due quadri, dei quali molto espressivo quello di San Giuseppe attribuito pure al Conca in una nota che conservo presso di me.
La tavola della Madonna col Bambino è di una veneranda antichità e di un pregio inestimabile, essendo i volti di una bellezza ed espressione sovrumana che arieggiano quelli del Beato Angelico.
Il lavoro secondo alcuni uscito dalla scuola greca molto probabilmente è nazionale con influenza greca. Nel 1703 fu ritoccato in parte, non però nei volti, da Filippo Zucchetti romano il quale ne fece pure la prima incisione nel rame.

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La Cappella di San Geraldo è molto ampia e, tiene il primato per il pregio di architettura. Incominciata nel 1694 col disegno e la direzione di Francesco Fontana insigne architetto dell’epoca conosciuto comunemente col nome di Cavalier Fontana, fu compiuta nel 1698 concorrendo alla spesa il Municipio, il Clero, il Cardinale Alderano Cibo ed il popolo.
Ha un prospetto nobile e superbo con colonne e marmi di valore; il paliotto dell’altare composto di incrostatura di pezzetti di marmo di vario colore e disposti a vago disegno, è tutto un lavoro finissimo e di pregio, disgraziatamente rovinato in buona parte. La Cappella fu ridipinta con bell’ornato da Vincenzo Vita nel 1843. Sull’altare in un’urna di giallo antico e di ottima fattura si conservano le ceneri del Santo, e più in alto spicca la figura del medesimo in mezzo ad altre figure in atto di proteggere il suo popolo veliterno dal furore dei Brettoni.

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È questa una tela eseguita nel 1858 con rara maestria dal nostro insigne pittore veliterno Ippolito Zapponi che si distinse in tutte le sue opere per nobiltà d’ingegno, per naturalezza, per vivacità ed armonia di colori (1).
Il visitatore al primo entrare che fa nella Chiesa per la porta laterale trova a destra il Battistero costruito con eleganza artistica nel 1662 insieme alla riedificazione del tempio a spese del generoso Arciprete Nicola Toruzzi. Lo recinge una nobile balaustrata di marmo che ricorda il puro e signorile stile bramantesco e che probabilmente un giorno servì di ornamento a qualche cappella. Il sacro fonte consiste in una antica urna pagana, forse un’urna balneare per i bambini, decorata all’esterno da un bassorilievo con due putti, Amore e Psiche.
Quest’urna deve essere quella che all’epoca del tempio antico faceva da acquasantiera al lato destro della porta maggiore, poiché leggo nella Visita Gesualdo del 1595 al foglio 24 che appunto a tale uso esisteva allora un vaso antico marmoreo con sculture profane.
Il fonte è sormontato da un gruppo di due statuette di marmo scolpite con una certa finezza e rappresentanti il Battista che battezza il Divino Maestro nelle acque del Giordano.

(1) B. Magni - Prosa d’arte, pag. 319.

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In fondo alla Chiesa sopra l’ingresso principale è sita la Cantoria con l’organo fattavi trasportare nel 1626 dal Card. Del Monte, essendo stata costruita per la prima volta dal Card. Gesualdo nel lato dell’Epistola sopra l’antico altare di San Giovanni Evangelista. Il Cardinal Ginnasi nel 1635 l’arricchì di ornato e doratura, ed il Cardinale Ottoboni la ridusse alla forma artistica ed elegante che conserva al presente.
A sinistra dell’ingresso laterale dentro una Cappelletta dove fu l’altare di S. Maria Maddalena si conserva l’antica cassa marmorea che racchiuse le sacre ceneri di S. Geraldo fino alla ruina della Chiesa, quando fu scoperta. Ricavata da un masso informe di marmo bianco non ha pregio artistico perché molto rozza e semplicissima, ma ha un pregio storico ed archeologico risalendo la sua origine al 1077 circa, epoca in cui morì il Santo.
Presso la Cappella della Madonna delle Grazie ammirasi esposta la celebre bandiera turca che il forte Antonio Blasi strappò in

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mano al nemico nel 1683 nella memorabile giornata della liberazione di Vienna, e più avanti presso l’ingresso della Sagrestia si vedono dipinte in ottimo affresco le figure della Vergine col Bambino, di San Giovanni Evangelista, di San Sebastiano, di Sant’Antonio abate e di San Rocco, opera appartenente al secolo XV e forse uscita dal pennello del nostro Luciano da Velletri, il quale fiorì nella prima metà del 1400.
Al lato destro dell’altare maggiore e posto il candelabro marmoreo per il cereo pasquale, un pregevole lavoro d’arte scultoria attribuito alla scuola del Sansovino e donato dal Card. Stefano Borgia veliterno.
Il sotterraneo del Presbiterio forma la cripta di Sant’Eleuterio, detto volgarmente S. Liberato, e vi si accede per due scale di marmo aperte ai due lati sotto la grande balaustrata. Pilastrini di materiale e colonne spezzate con capitelli di epoca e stile diverso sostengono la volta bassa ed irregolare. L’unico altare a cui sovrasta una specie di ciborio si compone di antichi avanzi marmorei e la parte anteriore è formata da un’intiera lastra di porfido.

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È tradizione che sotto quest’altare riposino i corpi dei Ss. Eleuterio e Ponziano Martiri, il culto dei quali rimonta ad epoca anteriore al secolo XI. Fino a qualche secolo fa la cripta era dipinta tutta di affreschi non più antichi del secolo XIII riproducenti i soliti Santi creduti della Casa Ottavia ed il martirio dei due martiri protettori.
La noncuranza e la poca stima in cui un giorno si benne l’arte spinsero qualche nostro antenato ad un vandalismo involontario, ed allora insieme ad altri peccati quelli affreschi importanti per la storia dell’arte e dei costumi furono tolti per sempre all’ammirazione del visitatore e dello studioso con una semplice imbiancatura data a scopo di nettezza.
Per buona fortuna il Card. Stefano Borgia amante e geloso custode di memorie patrie ed intelligente estimatore dell’arte ci salvò uno dei migliori affreschi di un bel colorito nel quale e istoriata la traslazione dei corpi dei due martiri suddetti. E perché non ne andasse a perire la memoria, il medesimo Card. Borgia curò pure l’impressione nel rame di quel mirabile affresco.

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- Il Reliquiario antico -

Entrando nella Cattedrale per l’ingresso maggiore insieme all’impressione che si riceve dalla grandiosità e magnificenza della navata centrale col ricco e splendido soffitto, desta un senso di ammirazione la vista dell’elegantissimo e vago tempietto di struttura gotica che sovrasta il superbo ciborio barberiniano, e che quasi slanciandosi verso il cielo ricorda l’edicola marmorea fabbricata da mani angeliche ed apparsa prodigiosamente nelle acque del Mar Pontico subito dopo il martirio glorioso del divo Clemente.
Colla riedificazione della chiesa ogni cosa subì qualche vicenda, e così pure il reliquiario cambiò residenza, essendo stato trasportato nel 1679 nel luogo ove si ammira.
Artisticamente parlando quel tempietto nel suo stile non è in perfetta armonia con la struttura architettonica della mole che lo sorregge e di tutto il tempio, ma è pur vero che ha un pregio singolare sia dal lato storico che artistico, essendo la reliquia più importante che ci resta dell’antica cattedrale ed un monumento unico nella nostra città che ricorda un periodo storico e particolare dell’arte cristiana.

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Potrebbe sembrare strano e contro la consuetudine della Chiesa l’aver collocato il tabernacolo delle Sacre Reliquie in luogo sì elevato al di sopra dell’altare. Vi dovè essere una ragione che giustificasse l’operato del Vescovo e del Clero d’allora.
E la ragione, secondo Stefano Borgia (1), fu quella di imitare l’uso costante dell’Arcibasilica Lateranense in cui le Reliquie de’ Santi si conservano appunto nell’insigne tabernacolo sito alla sommità del ciborio urbaniano.
I nostri antenati naturalmente vollero che la nostra Cattedrale per dignità a nessun’altra seconda si rendesse simile in qualche cosa alla prima Cattedrale dell’urbe cattolico.
Leggo che avanti la rovina del tempio il reliquiario faceva bella mostra al lato destro del Coro, situato in alto sopra il trono vescovile.

(1) De Cruce veliterna, pag. 222.

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La Visita Gesualdo ai fogli 5 e 6 lo descrive simile ad una specie di pulpito di marmo costruito con gusto artistico e recinto da balaustrina pure di marmo. Vi si ascendeva per una scaletta di legno volgarmente detta di zeppi e molto incomoda. Tutto questo lo conferma il Theoli scrivendo che « vicino al coro, sopra la cattedra episcopale, vi sta il deposito delle Reliquie, bello lavorato a mosaico fino » (1).
Quindi io credo che il reliquiario presente conservi la stessa struttura del primitivo, il quale di sostanziale non deve aver mutato che il luogo, pure ammettendo che abbia subito piccole variazioni nelle diverse parti che lo compongono. Senza dubbio chi ne curò il trasloco e la ricostruzione volle lasciarlo inalterato nella sua forma.
E nemmeno può aver subito forti restauri, perché mi risulta dal Theoli (2) che il Cardinal Gesualdo insieme alle altre sue opere fece restaurare il reliquiario.

(1) Op. cit., pag. 331.
(2) Op. cit., pag. 68.

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Dissi che questa edicola è il cimelio più pregevole che sia restato superstite al tempio antico ed un monumento unico nel suo genere in Velletri, poiché sta là a ricordarci lo stile genialissimo e tutto proprio che fu appellato cosmatesco da quella scuola famosa che inaugurata a Roma dalla famiglia dei Cosmati sul principio del 1200, ebbe incremento e fiorì per oltre un secolo sino alla sua decadenza verso la prima metà del 1300.
Di pura forma gotica, si compone di quattro colonnine a spera elegantissime ornate a mosaico fra le eliche, e finisce a piramide con frontespizii acuti ovvero triangolari ai quattro lati. Poco discoste dagli angoli, che pure terminano a punta piramidale, si elevano libere e svelte altre quattro colonnine a tortiglione parimenti ricche di minuto mosaico e sormontate da sottili pinacoli simili ad eleganti turricole intarsiate a mosaico e con finimento a forma di cuspide.
La diversità di grossezza di qualcuna fra queste colonnine con capitelli ancora di stile diverso, nonché l’esistenza di altre quattro colonnine parimenti spirali ed ornate a mosaico, le quali sorreggono una tavola marmorea a sinistra dell’altare maggiore, m’inducono a credere che alcune delle dodici ora esistenti in tempi assai remoti debbano essere state adibite ad

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altro uso, e probabilmente, almeno le ultime quattro nominate, fecero parte dell’antico pulpito il quale, secondo la Visita Gesualdo, era marmoreo ed elegante, forse simile ad altri pulpiti dell’epoca che si ammirano ancora in alcune Chiese.
Nei frontespizi anteriore e posteriore dell’edicola sono riprodotte a basso rilievo le figure a mezzo busto di due Santi, lavoro di poco valore e rozzamente eseguito, ma di una veneranda antichità. La figura anteriore è evidentemente di un santo papa, con la tiara il pallio ed un libro alla mano destra; quella posteriore è di un Santo vescovo, con mitra e pure con un libro alla destra.
Che siano figure di santi lo dimostra l’aureola che ne recinge il capo, ma quali essi siano è difficile conoscerlo con certezza. Forse San Clemente papa e San Geraldo vescovo?
Ma sorge una difficoltà: San Clemente è stato sempre riprodotto con la barba, ed in questo caso non l’avrebbe.

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È vero però che mi si potrebbe opporre la stessa difficoltà se in quei due mezzi busti ravvisassi la effigie dei santi compatroni Ponziano papa ed Eleuterio Vescovo, perché anche Sant’Eleuterio per lo più è riprodotto con la barba nella nostra cattedrale, da un antichissimo affresco nella cripta a quello più recente nell’abside.
Tuttavia in questa seconda ipotesi starei per ammettere una dimenticanza nell’artista, e, pure non escludendo che quelli possano essere il Beato Benedetto XI già nostro vescovo e morto sui primi del 1300 e San Geraldo, ritengo più probabile che si tratti dei Santi Ponziano ed Eleuterio che ebbero comune origine di culto fra noi, e dei quali le sacre teste racchiuse in antiche teche di argento si conservano ab immemorabili precisamente nel reliquiario fin qui illustrato.

- Il Tesoro -

Sotto questo titolo intendo comprendere tutto quel poco di artistico che fra quadri, argenterie e paramenti sacri si conserva nella Sagrestia e nelle stanze attigue alla chiesa.

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Si accede alla Sagrestia per una porta di legno antica ed ornata da pregevole intaglio di stile trecentesco, con bel frontispizio curvo di marmo e cogli stipiti pure marmorei ornati da elegante rilievo del cinquecento. L’edifizio fu fatto costruire dal Card. Vescovo Giuliano della Rovere che poi fu il famoso Giulio II.
In una specie di armadio scavata nel muro si custodisce il volto del Salvatore dallo sguardo maestoso e severo: opera creduta bizantina, ma forse nazionale anch’essa, e che la tradizione vorrebbe salvata dalle fiamme durante la persecuzione iconoclasta.
Spiccano dall’alto due tele con ricche cornici a lunetta, rappresentanti una l’Annunciazione l’altra l’Incoronazione della Vergine, ed eseguite da Luigi Fioroni vissuto nella prima metà del 1800 ed insigne decoratore dell’ex Teatro di Apollo in Roma.
Evvi pure un monumentale lavabo costrutto di marmo sul fare bramantesco. Nell’aula capitolare fra gli altri quadri s’ammirano una tavola pregevolissima attribuita al Perugino od

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al Ghirlandaio, in cui la Vergine col Bambino sono riprodotti con finezza d’arte e grazia ineffabile; un’altra tavola rappresentante la Visitazione opera di Luciano da Velletri, portante il nome dell’autore e la data nell’anno 1435.
Sebbene le due figure siano assai meschine, pure l’espressione dei volti è tale da fare onore al nostro artista.
Vi si ammira inoltre un quadro in tavola riproducente in mezza figura la Madonna, San Giovanni Battista e Santa Lucia, lavoro squisito che, secondo Basilio Magni, (op. cit.), forse uscì dal pennello o di Francesco Raibolini, detto il Francia, o di Timoteo Viti scolaro di lui. Sono pure attribuiti alla Scuola del Francia o del Caravaggio altri quadri pregevoli, fra i quali uno grande ed espressivo riproducente la deposizione di Cristo.
Dentro apposita custodia si conservano parti considerevoli di una pianeta del Beato Benedetto XI morto sui primi del 1300, la quale è composta da buona stoffa dell’epoca con figure ritratte da un bel tessuto.

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Fra gli oggetti di oreficeria merita menzione il reliquiario del S. Legno della Croce, un cimelio preziosissimo tutto di puro oro con perle orientali e figure a smalto condotte con molta finezza. È opera bizantina di alto valore artistico, una vera rarità del genere illustrata dal Cardinal Stefano Borgia e donataci da Alessandro IV.
Meritano ancora di essere notati un ostensorio di argento molto grande e ricco di buone cesellature, un lavoro splendido uscito dall’oreficeria napoletana e donato al Santuario delle Grazie da re Ferdinando II; un altro ostensorio di un bel barocco e tutto singolare, che i Parroci di Londra offrirono a Pio IX e questi alla Cattedrale; un calice di argento dorato con faccette ad ambra regalato dal Card. Albani, ed altri calici ricchi ed artistici lasciati da Pio VI, Leone XIII ecc.
Fra i paramenti sacri è importante quello rosso di un damasco sontuosissimo lavorato appositamente per la nostra Cattedrale a cura del Card. Barberini senior, ed un altro paramento pure rosso ricavato dal manto purpureo della regina Cristina di Savoia, e che ci ricorda la munificenza del Cardinal Monaco La Valletta.

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Vi sono inoltre servizi completi di argento di un valore materiale ed artistico, una svariata collezione di mitre e qualche pastorale.
L’ archivio capitolare non è molto ricco, ma ha buone pergamene delle quali alcune con illustrazioni riproducenti Gesù Crocifisso e Gesù risorto.
La più antica è un istromento di concessione fatta dal Vescovo Leone, e porta la data del 9 Gennaio 946.

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- Chiesa di S. Martino -

Dedicata a San Martino Vescovo di Tours tiene il primato per la bellezza, architettonica, per l’arte decorativa che vi rifulge in tutto il suo splendore, e per quell’insieme di nobiltà e di decoro che la distingue e la rende, mi si perdoni l’espressione, una chiesa simpatica.
Venuta in possesso dei Padri Somaschi nel 1617 sotto Paolo V, vanta un’origine antichissima forse anteriore al mille, poiché se ne ha la prima memoria in una Bolla di Alessandro II del 1065 riportata da Alessandro Borgia (1) e di cui l’originale dovrebbe trovarsi nell’Archivio capitolare di San Clemente.

(1) Istoria della Chiesa e città di Velletri pag. 183.

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Un’altra antica memoria recante l’anno 1125 esisteva in una lapide murata nella Chiesa primitiva, come risulta da una Relazione di un padre Somasco del 1645.
Nella seconda metà del secolo XVIII l’ingiuria del tempo l’aveva ridotta in condizioni miserevoli e pericolose, e verso il 1770 fu demolita per riedificarla dalle fondamenta.
Il primo Novembre del 1772 fu gettata la prima pietra con solenne cerimonia, e sei anni dopo nel 1778 la nuova fabbrica della chiesa fu compiuta con la presente forma elegantissima a croce greca, e col concorso del Comune di scudi tremila, come si legge in una epigrafe scolpita nel marmo e collocata presso l’ingresso. Il disegno fu del valente architetto veliterno Nicola Giansimoni il quale con la Chiesa di San Martino ci lasciò il suo capolavoro.

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Sono pure del Giansimoni, l’attico del palazzo Vidoni in Roma e le Chiese di S. Pietro che della Villa Antonelli in Velletri.
Però mancava al tempio una facciata conveniente degna della magnificenza interna. Quindi sembra che l’architetto Matteo Lovatti venendo a Velletri ne concepisse l’idea, ed infatti nel 1825 fu inaugurata la vaga facciata eretta col disegno e sotto la direzione del medesimo il quale fu coadiuvato dal nipote Antonio Lovatti (1).
Presentemente della Chiesa antica non restano che pochi avanzi di mura dell’abside esterna ed un affresco pregevolissimo riproducente la Madonna col Bambino, il quale affresco scoperto all’epoca della riedificazione ora si conserva come in una specie di edicola scavata nel muro dietro l’altare maggiore.
Vedendo quell’affresco di un bel colorito e dai volti espressivi appare evidente trattarsi di un avanzo di parete di epoca remota a cui naturalmente fu sovrapposto il muro della nuova fabbrica.

(1) Dagli Atti del Collegio di San Martino.

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L’aver poi letto nella Relazione suddetta del Padre somasco che l’anno 1308 furono eseguite le pitture della tribuna dal pittore Maestro Cola, ciò che il relatore asserisce avere appreso prima che le pitture fossero ricoperte d’intonaco, mi persuade che raffresco in parola debba essere parte importantissima di quelli eseguiti dello stesso Maestro Cola, anche perché lo stile sembra riferirsi a quell’epoca.
Ricordo a tale proposito che il Theoli a dimostrare l’antichità della Chiesa di San Martino fa accenno appunto alle antiche pitture che all’età sua ancora vi si ammiravano; e nella Visita Gesualdo del 1595 al foglio 47 trovo che dietro l’altar maggiore esisteva il Coro molto ampio, e che la volta dall’absidi era dipinta da pennello antico.
Due anni dopo l’erezione della facciata, ossia nel 1827, s’iniziarono le decorazioni della chiesa nel cappellone dal bravo decoratore veliterno Vincenzo Vita, e da un padre somasco tal Giuseppe Mametti il quale alle due pareti laterali del presbiterio dipinse a guazzo quattro figure simboliche di recente sparite.
Sono pure del Mametti, un semplice dilettante, i quadri del Ven. Filippo Visi e della Ven. Maria dalle Cinque Piaghe ora esistenti nella Sagrestia.

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La decorazione nel resto della chiesa fu eseguita negli anni 1856 e seguenti da Pietro Bragaglia scenografo e decoratore colla cooperazione di Michele Ottaviani.
Nello stesso anno 1856 il professore Carlo Gavardini romano dipinge i quattro Evangelisti nei pennacchi della cupola (1).
L’altare maggiore è monumentale e ricco di marmi, disegnato ed eseguito da Enrico Poscetti nel 1899 con squisitezza di arte.
Nel grande gradino dell’altare si veggono scolpiti in mezza figura gli Evangelisti, come pure due teste di cherubini in fondo ai due lati e l’agnello divino sul paliotto dell’altare.
La gran tela che vi figura dall’alto rappresenta San Martino mentre opera il miracolo della resurrezione d’un morto: quadro di buona composizione, secondo gli intelligenti, ma di poco colorito ed alquanto manierato.
Il lavoro fu eseguito a Perugia da Anton Maria Garbi e trasportato in Velletri nel 1778 per sostituirlo all’antica tela più piccola, la quale dipinta da Placido Costanzi in Roma, illustre

(1) Dagli Atti del Collegio di San Martino.

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accademico di San Luca e maestro del Garbi, vi era stata collocata l’11 novembre 1759, ed ora è appesa in una parete di quella casa religiosa (1).
Questo quadro del Costanzi riproduce il Santo vestito degli abiti pontificali ed ha qualche pregio; se poco tempo dopo fu sostituito ad esso quello del Garbi, ciò si dovè senza dubbio alle esigenze della chiesa riedificata appunto nel 1778 con maggiori dimensioni.
L’altare di San Girolamo Emiliani ha un bel quadro pure in tela in cui si ammira il gran padre degli orfani in mezzo ai suoi cari fanciulli, sotto l’alta protezione della Vergine. Fu inaugurato il 9 Febbraio del 1750 celebrandosi la prima festa del Santo di recente proclamato Beato.
In quell’archivio non mi è riuscito trovare l’autore del pregevole lavoro. Leggo però nel Lanzi (1) che Sebastiano Conca già ricordato dipinse il San Girolamo Emiliani in Velletri; anzi delle opere del Conca in Velletri lo scrittore

(1) Dagli Atti del Collegio di San Martino.
(2) op. cit. pag. 219.

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ricorda soltanto questa, mentre tutti gli altri scrittori pure accennando alle altre mostrano di ignorare a Velletri il San Girolamo. Certo che la testimonianza del Lanzi è autorevolissima e viene confermata oltre che dalla coincidenza di tempo, essendo il Conca morto verso il 1764, pure da tutto l’insieme dell’opera in cui mi sembra ravvisare la nota caratteristica dell’artista.
Nel medesimo altare si venera un piccolo quadro del S. Cuore di Gesù di molta devozione, che è la copia dell’originale di Pompeo Batoni esistente nella chiesa del Gesù a Roma.
Autore di questa copia fu Achille Leonardi romano, il quale è altresì autore dell’Angelo Custode posto sull’altare omonimo, anche questa una bella copia di quello dal volto soavissimo dipinto dal Guercino nella Chiesa di Sant’Agostino a Fano.
Il quadro antico, a cui fu sostituito il presente, si conserva insieme ad altri nella casa religiosa, ed è una figura piuttosto maschia con a fianco un grazioso fanciullo nel quale è raffigurato il cristiano protetto dal suo Angelo tutelare.

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Nella memorata Relazione si legge che questa tela ora ridotta in cattivo stato fu eseguita nel 1623 in Roma da Avanzino Nuoci, nato a Città di Castello nel 1552 e morto nel 1629, il quale è ricordato dal Lanzi (1) e dal Magni (2).
Importante per la storia dell’arte è una piccola tavola della Vergine col Bambino in braccio che venerasi sull’altare dell’Annunziata, racchiusa dentro artistica cornice di marmo e trasportatavi nel 1817 dall’antica chiesa di Santa Maria dell’Orto.
La Madonna ed il Bambino sono riprodotti in mezza figura su fondo dorato evidentemente da classico ed antico pennello. Quest’immagine già venerata sotto il titolo di Madonna dell’Orto nell’altare maggiore della chiesa omonima viene additata come quadro di somma devozione e di celebre pennello nella Visita Altieri del 1636 ed è una delle tante attribuite a San Luca Evangelista, secondo la tradizione riportata nel primo verso del seguente distico scolpito nella parte inferiore della cornice:

Legimus hanc Mariae Lucam pinxisse tabellam
Sponte locum petiit, confuge, tutus eris.

(1) op. cit. pag. 191.
(2) op. cit. pag. 598.

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Primieramente qui si fa accenno ad un Luca, e non esplicitamente all’Evangelista, e quindi rigorosamente parlando si potrebbe anche escludere che trattasi di quest’ultimo: in secondo luogo non può ritenersi la pittura di epoca così remota, essendo lo stile più recente: finalmente la critica moderna nel dubitare sul serio che San Luca sia stato pittore, mentre dagli Atti degli Apostoli risulta medico insigne, esclude assolutamente l’opinione invalsa nei secoli passati di attribuire all’Evangelista tante immagini della Vergine sparse in tutta Italia.
Ed a dimostrare l’errore comune gli eruditi adducono il fatto che la Madonna incominciò a dipingersi col Bambino in braccio verso la metà del secolo quinto dopo il concilio efesino, e la diversità di stile e di epoca che si nota fra le varie immagini attribuite a San Luca.
Quindi si suppone che lo equivoco sia sorto dall’essere esistiti in più periodi di tempo diversi pittori di nome Luca, dei quali alcuni per la santità di vita ebbero aggiunto l’epiteto di santo. Si sa, per esempio, che verso il 1300 fiorì in Firenze un tal Luca pittore che per la sua bontà fu detto il Santo, e che pure in Grecia vissero pittori di nome Luca i quali talmente esercitarono le virtù cristiane che dal popolo furono proclamati santi.

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Ora bisognerebbe sapere se la nostra tavola sia veramente opera di un qualche Luca, ovvero se per una semplice congettura sia stata attribuita erroneamente a San Luca Evangelista sin da epoca remotissima. Certo che porta il vanto di un’antichità veneranda, e da tutto il suo complesso a me sembra che senta un poco del fare bizantino, e quindi potrebbe ascriversi alla scuola italo-bizantina.
Nello stesso altare si venera un piccolo quadro in tela del volto del Nazareno molto divoto ed espressivo.
Di fronte v’è l’altare del Crocifisso con una bella tela in cui è istoriata la Crocifissione di Nostro Signore.
Nell’altare della Madonna di Loreto si ammira ritratta dallo stucco la Santa Casa sorretta da Angeli, e sovra ad essa la Madonna col Bambino, un lavoro condotto con finezza e gusto artistico.

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Nella Sagrestia si conserva un’altra tavola antica di molto pregio riproducente la Vergine, il Bambino e San Giuseppe, in realtà una Sacra Famiglia, ma conosciuta sotto il titolo di Madonna di Portella; la quale dalla Chiesa semidiruta dello stesso nome fu trasportata in San Martino nel 1484 con molta solennità e con l’intervento del Cardinale Vescovo Giuliano Della Rovere che fu poi Giulio II.
Singolare è in questo quadro la posizione del Bambino il quale giace ai piedi della Madonna con la testa sollevata dai guanciali e lo sguardo rivolto in su verso la Vergine Madre che in atto di adorazione lo contempla soavemente, e verso il Padre putativo che tutto compreso volge lo sguardo a Maria. Mi consta dalla Relazione del Padre somasco che la pittura fu ritoccata nel manto della Vergine di color celeste e trapunto di stelle dorate.

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Altri buoni quadri si conservano fra quelle mura, come un San Pietro di ottima tinta e di grande espressione che, secondo una relazione della Sacra Visita Macchi del 1847, è opera di Giovanni Lanfranco (1647) il pittore macchinoso pieno di fantasia e di ardimento; ed un San Toribio Arcivescovo di Lima nella stessa relazione attribuito al Trevisani, ma non saprei quale dei due, se Francesco della scuola romana, od Angelo della scuola veneta.
Vi dovrebbe essere pure una Immagine della Vergine sotto il titolo della Concezione che dalla ripetuta ‘Relazione’ risulta dipinta nel 1484 da maestro Lazaro da Siena.

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- S. Maria del Trivio -

La sua prima origine risale ad epoca molto lontana finora rimasta ignota per mancanza di documenti. Sacra all’Assunzione di Maria Vergine si conosce da tempo immemorabile sotto il titolo di Santa Maria del Trivio per la natura del luogo ove fu eretta, poiché lì rispondevano tre vie le quali naturalmente formavano un trivio.
L’ingiuria del tempo aveva scosso dai fondamenti l’antico ediflzio verso il 1600 al sorgere di quel nuovo periodo di architettura che terzo nella storia dell’arte, fu vero risorgimento e fu salutato periodo aureo dell’architettura italiana.
Ai 29 di marzo del 1622 fu gettata la prima pietra per la riedificazione del tempio sul disegno di Carlo Maderno (1553-1629) insigne architetto e fra i primi della nuova scuola, colui che architettò l’ingrandimento, il vestibolo e la facciata della Basilica vaticana.

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Sembra però che la nuova fabbrica condotta allora a buon porto sul disegno del Maderno restasse incompiuta per penuria di danaro, perché nel 1759 per cura del Cardinale Raniero d’Elei s’intraprese il compimento, o meglio si iniziò una nuova serie di lavori, ai quali si pose termine ai 28 giugno 1762 inaugurandosi la nuova chiesa con la presente forma elegantissima, cioè con una sola navata di ordine ionico con pilastri e sei grosse colonne che sorreggono tre grandi archi della vòlta maestosa, con cornicione a dentelli e con sei cappelle sfondate e poste in ordine simmetrico. Per qualche tempo il bel tempio moderno rimase privo di una facciata, e soltanto nel 1833 si sentì la necessità di erigerla per il maggior decoro del tempio stesso che trovasi altresì in un punto centralissimo della città.
Ne fu architetto Giuseppe Andreoli che col bello e severo prospetto architettonico imitò lo stile dell’interno della chiesa: s’inaugurò alcuni anni dopo.

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Nel 1855 il tempio fu restaurato ed abbellito di buon ornato dal pittore Costantino Ragghianti romano. Questa Chiesa non ha veramente una quadreria molto copiosa; con la scomparsa del tempio antico devono essere scomparsi tanti altri pregi artistici.
Sono però buoni e di un valore relativo i pochi quadri che vi si conservano al presente. La gran tela cantinata dell’altare maggiore rappresentante l’Assunzione della Vergine ed i dodici Apostoli vi fu posta dal medesimo Card. D’Elei dopo i sontuosi restauri da lui fatti eseguire.
L’autore sino ai giorni nostri rimasto ignoto è Giovanni Sorbi nato a Siena nel 1695 ed a me toccò la sorte di rinvenirlo fra gli atti della Visita Civalchini.
Egli è ricordato dallo Zani (1) e secondo il parere del chiarissimo concittadino Basilio Magni (2), questo quadro dell’Assunzione è l’opera migliore del Sorbi, almeno per composizione.

(1) Zani, Enciclopedia Metodica.
(2) Prose d’arte « A Don Attilio Gabrielli » pag. 355.

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È un buon quadro quello che s’ammira nella Cappella di Sant’Antonio, la prima a sinistra di chi entra. Si attribuisce a Sebastiano Conca già ricordato, e vi sono riprodotti la Vergine col Bambino, Sant’Antonio di Padova ed altri Santi, tutti di un vivo colorito e di bella espressione. Il lavoro possiede le note caratteristiche dell’artista che vi si ravvisa a prima vista.
Nella Sagrestia si conserva una tavola importante per la storia dell’arte e lo data per il colorito, in cui è dipinta la Madonna col Bambino assisa sotto un tempietto rotondo con quattro colonnine abbracciate ovvero sorrette da Angeli sotto sembianze umane di giovanette abbigliate alla romana. Vi è registrato il nome dell’autore e la data con questa iscrizione:

Io. Baptista de Rositis de Forlinio pinxit
1500 de mense martii.


È una delle rare opere che si conoscano di Giovanni Batt. Rositi da Forlì e si venera sotto il titolo di Madonna dell’Orto, essendo stata quivi trasferita dalla diruta chiesa dello stesso nome.

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Evvi pure una tavola con predella rappresentanti la Madonna con gli Apostoli Pietro e Paolo e la discesa dello Spirito Santo. Anche in questa è scritta la data nell’anno 1544, ed il nome dell’autore Francesco da Siena uno fra i migliori scolari di Baldassarre Peruzzi.
Non trovo più in questa Chiesa un quadro pregevole della Visitazione di Maria Vergine che da una relazione sulla Confraternita della Pietà mi risulta essere stato dipinto da Giovanni Oddazzi di cui ho già parlato nella descrizione del soffitto della Cattedrale, e serviva per l’altare della Cappella di detta Confraternita; nella quale cappella si venera il simulacro della Vergine Addolorata col Gesù morente sulle ginocchia, lavoro in creta di un’antichità veneranda e noto dal titolo di Madonna della Pietà dei Carcerati.
Come pure non esiste più lo stendardo di quella Confraternita, di cui leggo in un Libro delle Congregazioni che nell’adunanza del 12 settembre 1734 ne fu deliberata la esecuzione, che poi avvenne per il prezzo di scudi cinquanta secondo il disegno dato dal pittore Giovanni Balaschi e fatto dall’insigne pittore Annibale Caracci.

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- Torre del Trivio -

A pochi passi dalla Chiesa s’erge alto svelto e superbo il campanile, una delle meraviglie veliterne, monumento insigne già dichiarato nazionale il quale ci ricorda la Velletri medioevale e testimonio di più secoli di vita veliterna sta là quasi vigile custode che veglia sui destini della patria nostra.
È di forma quadrata, ha metri circa cinquanta di altezza e misura circa cinque metri per ogni lato.
Da una lapide a caratteri gotici risulta che la fabbrica fu compiuta il 15 aprile del 1353, è quindi da supporsi che le prime fondamenta sieno state gettate verso il principio del 1300. Ecco pertanto l’iscrizione:

                           Anno D. M.
                       CCC. LIII. IND.
                          VI. DIE XV.
                           MES. APL.

La costruzione naturalmente è dello stile dell’epoca, cioè lombardo con influenza gotica, di quell’epoca che segna il primo periodo del risorgimento dell’architettura italiana. Quindi fu modellato e foggiato al pari di tanti altri campanili che allora sorsero in Roma, come quello di S. Maria Maggiore, di Santa Maria in Trastevere, di Santa Maria in Cosmedin, di San Grisogono, di San Paolo, ecc.
Costruito a Alari alternati di selci e mattoni, si compone di un grande basamento e di quattro piani con finestre bifore e cornici di marmo a dentelli, e finisce con cuspide a forma di cono ottagono.
Questa fu riedificata non è molto tempo in seguito alla caduta fulminea dell’altra cuspide pure di forma ottagonale alta palmi 46, la quale insieme al cornicione e ad altre parti importanti era stata riedificata nel 1732 dopo la rovina cagionata da un fulmine nella notte seguente al 4 aprile 1731. La cuspide primitiva, cioè anteriore al 1731, era di pura forma piramidale e rivestita in buona parte di piombo, secondo l’uso del tempo.

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Ornamento speciale della torre, quale si nota in quasi tutti gli edifizi del genere, sono una specie di scodellini di maiolica verde incastonati nel muro presso le finestre dei piani superiori; essi simboleggiano la luce che emana dalla fede e dal vangelo, quella luce con la quale la Chiesa di Cristo rischiara il mondo.
Da antichi documenti si desume che al tempo della chiesa antica il campanile era unito a quella e vi si accedeva dalla parte del battistero. Fu con la riedificazione del tempio avvenuta nel 1622 che si volle renderla isolata, e ciò con saggio intendimento per maggior pregio estetico del campanile medesimo.
Verso la metà della torre maestosa dalla parte di sud spicca un bell’orologio pubblico di antica origine e più sotto una grandiosa meridiana disegnata sul marmo, la quale composta dall’esimio professore di matematica Padre G. Raimondi vi fu murata nel 1872 per cura del Sindaco di allora signor Filippi.
Dal lato di nord piuttosto in basso si legge una grande lapide che ricorda l’erezione di Velletri a capoluogo della provincia di Marittima nel 1832 sotto il Pontificato di Gregorio XVI.

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- S. Michele Arcangelo -

Nella regione più alta della città che gli antichi dissero Ottavia perché ivi ebbe residenza la storica Casa Ottavia, nella contrada dove fu l’antica Curia, e che poi si denominò Castello ed in cui la tradizione ci tramandò il Vicolo Ottavio.
Nei primi secoli del Cristianesimo fu eretto il sacro tempio al Divo Arcangelo Michele.
I nostri storici opinarono, non saprei con qual fondamento, che la chiesa fosse stata edificata sulle rovine di un tempio pagano dedicato al dio Sango, cioè a Saturno secondo il parere degli eruditi, il quale tempio è ricordato da Tito Livio quando narra la leggenda dei due tempii veliterni di Apollo e di Sango colpiti prodigiosamente da un fulmine.

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Di questa chiesa non v’ha memoria anteriore al mille, essendo ricordata per la prima volta in una Bolla di Alessandro II diretta al clero veliterno nel 1065, ne si ha alcuna traccia dell’antica fabbrica, se si eccettua una custodia marmorea per gli Olii Santi rozzamente scolpita e recante la data del 1463. Deve però notarsi che spesso fu restaurata e quasi riedificata, come nel 1400 nel 1752 e più recentemente.
Danneggiata dal terremoto del 1806 fu in seguito riedificata nel 1837 con disegno dell’architetto Giuseppe Andreoli.
In questi ultimi tempi, e precisamente nel 1884 subì ancora nuovi ed importanti restauri sotto la direzione dell’Ing. Pacifico di Tucci e per cura dello zelantissimo Parroco Don Spiridione Bertollini che la volle arricchita ed abbellita con quello splendore e con quella nobiltà di arte che ora la distingue. Francesco Grandi, pittore romano veramente grande, il quale arricchì la sua Roma di una copiosa produzione del suo genio squisito di artista, volle lasciarci con i suoi affreschi in San Michele Arcangelo un’opera degna del suo immortale pennello.

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Nel mezzo della volta con fervida immaginazione, con magistero di arte e con ottime tinte riprodusse la scena emozionante del Giudizio Universale, figurando la Triade sacrosanta con la Vergine ed una schiera di Angeli che al suono delle angeliche trombe destano i morti e l’invitano a sorgere dai sepolcri per presentarsi al cospetto del Giudice supremo. Ammirando questo quadro pieno di vita e di espressione in cui sono ritratte le varie attitudini dei risorti, reprobi o giusti, l’anima è compresa di terrore e di ammirazione e si pensa al:

Tuba mirum spargens sonum      del tremendo
Dies Irae.

Nella calotta dell’abside con ugual maestria l’artista figurò il forte Arcangelo Michele che al grido imperioso di “Quis ut Deus” scaccia dal Cielo gli Angeli ribelli e li precipita negli abissi.
Sembra che il Grandi avrebbe dovuto continuare la sua opera preziosa in San Michele Arcangelo se il grande Pontefice mecenate delle arti Leone XIII non lo avesse chiamato a

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dipingere nella nuova abside di S. Giovanni in Laterano i due quadri storici in affresco rappresentanti Innocenzo III e Leone XIII.
Ciò risulta chiaramente da una lettera dell’artista conservata gelosamente con altri documenti relativi dal chiarissimo canonico Don Aurelio Pieroni ex parroco di questa Chiesa.
Prima degli ultimi restauri sull’altare maggiore veneravasi una immagine di San Michele Arcangelo era esistente nella Sagrestia, dipinta nel 1702 da Filippo Zucchetti romano, il quale fu pittore, incisore e scultore. È del medesimo il Crocifisso detto della Buona Morte di grande devozione che ancora venerasi pure sull’altare maggiore (1).
Altri buoni quadri nei diversi altari sono un bel volto del Nazareno in tela, una Beata Germana Cousin donata dal parroco Pieroni, un quadro questo di bella espressione in cui la vergine pastorella è ritratta circonfusa di grazia celestiale in mezzo alle sue pecorelle; un Santo Isidoro Agricoltore, un San Carlo Borromeo ed una copia della Madonna di Lourdes.

(1) Vedi Visita Cavalchini, Vol. II.

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Una tela però si distingue su tutte le altre e costituisce un vero tesoro pel nostro patrimonio artistico: vi è riprodotta Sant’Anna, La Vergine col Bambino e S. Giuseppe.
È opera del celebre pittore Agostino Carracci (1558-1601) che insieme ai suoi fratelli Lodovico ed Annibale formò il famoso triumvirato che insorse contro il manierismo dilagante verso la seconda metà del secolo decimo sesto, e tentò di ricondurre la pittura ai puri e genuini ideali dell’arte.
L’autore del celebrassimo quadro della Comunione di S. Girolamo della Pinacoteca di ‘Bologna trasfuse nella nostra tela di Sant’Anna tutta l’anima sua di artista. Leggo che l’opera fu acquistata nel 1626 per scudi venticinque, una vera sciocchezza, e che nel passato fu tenuta in gran pregio dagli stranieri i quali l’avrebbero ricomprata per mille scudi dandone di più una copia conforme; (1) ma i nostri antichi gelosi custodi del loro patrimonio artistico molto saggiamente non vollero

(1) Vedi Visita Cavalchini, Vol. II.

INDICE            

Al lettore   
- Monumenti sacri -   
Cattedrale di S. Clemente :   
Origine e vicende   
Riedificazione e descrizione   
Il Reliquiario antico   
Il Tesoro   
Chiesa di S. Martino   
Chiesa di S. Maria del Trivio   
Torre del Trivio   
Chiesa di S. Michele Arcangelo   
Chiesa di S. Salvatore   
Chiesa di Santa Lucia   
Chiesa del Sangue   

Chiese diverse :   
Chiesa di S. Lorenzo   
Chiesa di S. Giovanni   
Chiesa del Crocifisso   
Chiesa di S. Apollonia   
Chiesa di S. Antonio Abate   
Chiesa dei Cappuccini   
Ex Convento del Carmine   
Ex Chiesa di Santa Chiara   
Oratorio del Monastero di Gesù   
Il Camposanto    

- Monumenti profani -   
Palazzo Ginnetti   
Palazzo Comunale   
Palazzo delegatizio   
Fontana del Trivio   
Avanzi medioevali   
Bassorilievo importante   
Monumenti emigrati   
Monumenti nazionali   
Indice alfabetico dei nomi degli artisti   



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